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Rassegna Stampa
 

Sospesa ad un filo

Le acrobazie della cantautrice catanese fra suoni e parole
di Nicola Morisco

 

Sospesa a un filo, tra musica e parole. L’equilibrio, il disequilibrio, il cielo e la leggerezza sono i temi che affronta Patrizia Laquidara nel suo nuovo e raffinato album Funambola, che la giovane cantautrice catanese (veneta d’adozione),presenta alla Feltrinelli di Bari, lunedì alle 19.30, accompagnata dal chitarrista e coautore Tony Canto.
Le parole prendono forma attraverso l’i spirata lettura di due libri (La neve del francese Maxence Fermine e Trattato di funambolismo di Philippe Petit) che si coniugano con grande affinità ad una musica nata dal jazz, dalla canzone d’autore, dall’immancabile bossanova e da una soave presenza di elettronica.
Laquidara è un nome che si sta segnalando con sempre maggiore autorevolezza sulla scena nazionale.
I suoi inizi risalgono alla fine degli anni Ottanta quando, reduce da una borsa di studio vinta al CET (Centro Europa Tuscolano ideato e gestito in Umbria da Mogol), comincia ad esibirsi con il gruppo Hotel Rif. Artista elegante e sensibile, manifesta un’inclinazione per la musica brasiliana, tanto da realizzare all’esordio un disco dedicato a Caetano Veloso, Para voce querido Cae premiata alla rassegna di Recanati grazie al singolo Agisce. L’anno dopo, nel 2003, Laquidara dimostra di aver trovato uno stile e un’identità artistica personale che le consentono di ricevere il riconoscimento dalla critica di qualità al festival di Sanremo (sezione giovani), cui seguirà l’ottimo album Indirizzo portoghese.
A oltre tre anni di distanza dal precedente disco, Laquidara è tornata con un album registrato a New York prodotto da due grandi: Arto Lindsay e Patrick Dillett.

Laquidara, l’arte è sempre sospesa a un filo?
«Quasi sempre. Ci sono dei momenti in cui comprendi di aver catturato qualcosa, però dura sempre un attimo. La stabilità la raggiungi, ma subito dopo riparti per qualcosa di ignoto».
Che ruolo ha avuto l’equilibrio tra parole e musica ?
«È stato molto importante, nell’album precedente avevo scritto i testi e la musica abbastanza di getto, mentre in questo caso, diventando più matura artisticamente e avendo avuto una gestazione di tre anni, mi sono resa conto di quanto sia delicato e importante scrivere delle parole e fare in modo che ci sia armonia tra le parole e la musica. Perciò è stato molto impegnativo raggiungere l’equilibrio».
Com'è nata la scelta di coinvolgere Arto Lindsay?
«Mi è sempre piaciuta la sua produzione discografica, quella personale e con gli artisti brasiliani (Marisa Monte e Caetano Veloso). Poi, mi piace il suo modo di abbinare straordinarie melodie con il rumorismo, esperienza artistica che si porta dietro fin dal periodo dei DNA, realizzato con strumenti acustici».
Quanto ha influito la sua presenza come produttore?
«Lui ha preso delle canzoni che avevano una struttura pop, dalle atmosfere tipicamente italiane, e le ha rese internazionali, grazie anche ai musicisti che ha coinvolto nel disco».
È nata a Catania, ma da sempre vive in Veneto. Quanto Sud c'è in lei?
«Sono molto attratta dal Sud del mondo. Quasi sempre, anche quando vado in vacanza, scelgo il Meridione. I miei ricordi di infanzia sono legati al Sud e questo credo che influisca molto nel modo di sentire la vita. Comunque, non mi sento legata a nessun posto: sono un po’ pellegrina».
Come si evolverà il suo percorso artistico?
«Oltre alla musica popolare brasiliana, apprezzo tanti altri generi musicali. Sono molto attratta dalla musica popolare e folk. In questo periodo sto riflettendo sulle radici della musica italiana, soprattutto degli Anni '30 e '50; mi manca questa identità chiara della nostra musica. In Puglia, ad esempio, terra molto ricca musicalmente, due anni fa sono stata ospite alla “Notte della Taranta” dove ho scoperto una straordinaria commistione dei suoni e i ritmi popolari pugliesi con quelli dell’Est».


(da La Gazzetta del mezzogiorno)



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