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Rassegna Stampa
 

UN SAMURAI DAL CUORE DI SETA

(dI Giovanni Orso - settembre 2007)

E’ una funambola che ti cammina sull’anima, una farfalla che palpita su note leggere: lei e’ una samurai dal cuore di seta.

Patrizia Laquidara, catanese d’origine ma ormai vicentina d’adozione , e’ conosciuta soprattutto al pubblico dei piu’ raffinati intenditori che agli urli e ai virtuosismi preferiscono la dolcezza, il sussurro, la carezza restituiti anche attraverso le atmosfere del fado portoghese o le citazioni della musica etnica e delle tradizioni regionali italiane.

Platonica Malgré elle, come poeta suo malgrado era il Monsieur Jourdain del Moliere, Patrizia Laquidara e’ abitata dal daimon del canto, e le tonalita’ pulite , il registro ampio della sua voce , l’intensita’ dei testi che scrive, la sua gestualita’ essenziale ed elegante , il suo coniugare spunti blues e suggestioni latino americane fanno di lei una cantante da scoprire e di cui innamorarsi.

Non regala note che finiscono con la fin della canzone , ma emozioni che ti restano dentro.

Proprio come quelle del suo ultimo disco Funambola , che Patrizia Laquidara presentera’ in concerto a Sordevolo.

 

- Quando si capisce che la propria voce e’ qualcosa che trasmette non solo note ma anche emozioni?

Banalmente, direi, quando la gente te lo dice. Certo, e’ qualcosa che nche senti dentro : io catavo gia’ all’asilo , era il mio passatempo. Ma e’ quando cresci , con l’eta’ della ragione , che questo sentimento diventa coscienza. Sono convinta che se c’e anche una sola persona cui la tua voce trasmette qualcosa , allora vale la pena di cantare.

 

- Quale importanza ha il rapporto tra voce e corpo?

Direi fondamentale. Proprio perche’ il canto veicola emozioni esso non puo’ prescindere dalla fisicita’ dell’interpretazione.

 

- Se chiude gli occhi e torna indietro , quali sono i primi suoni che riaffiorano alla sua mente?

Sono nata a Catania, e i primi ricordi canori sono i canti de pescatori o le voci di richiamo dei pescivendoli al locale mercato del pesce. Erano atmosfere quasi arabe, etniche, lontane, che mi incantavano.

 

- Qual’e’ il retaggio di questa sicilianita’ su di lei?

Sicuramente il fatalismo, il gusto per i silenzi, per l’introspezione. Mia nonna era una vecchia siciliana sempre vestita di nero che parlava pochissimo. Ho sempre pensato che l’immagine del siciliano espansivo fosse uno stereotipo. In effettivo stessa tendo ad essere introspettiva  anche se poi cerco di smussare questo lato. La mia voce e’ infatti una voce drammatica nella sua essenza.

 

- E’ una voce che pare fatta apposta per il fado ,le cui atmosfere tornano nelle sue canzoni …

Questo non saprei. Certo Lisbona e’ la citta’ che piu’ corrisponde alla mia anima.Ma il fado non e’ solo dramma o tristezza. Il fado e’ Pessoa, che e’ scrittore dell’irraggiungibile. E questo limite, cui ti avvicini ma che non raggiungi mai , e’ l’anima del Fado , cui il ritmo brasiliano comunica poi anche la sua componente di un’allegria tutta particolare.

 

- Ha evocato a piu’ riprese il concetto di anima. Che rapporto vi e’ tra anima e voce?

Ogni voce ha una sua identita’, certo. MA ogni voce e’ anche qualcosa che trascende l’uomo. E’ una sensazione che personalmente ho spèrimentato piu’ volte quando , cantado, mi sono accorta che la mia voce stava esprimendo cose che a me stessa sfuggivano.  Come fosse lei, la voce, a possedere me e non viceversa.

 

- Sono i momenti di grazia di cui parla Platone nello Ione. Nel poeta, nell’artista, e’ il dai mon che parla davvero mentre l’umano non e’ che un mezzo…

La sensazione e’ in effetti quella; quella cioe’ di sentire la voce come un’entita’ che ti sorpassa. In cert momenti, se mi affido totalmente alla voce e mi lascio guidare da lei , esa mi svela cose che non conoscevo e di cui non sospettavo neppure l ‘esistenza.

 

- Nella costruzione della voce e’ giusto parlare di modelli o antimodelli?

Direi di si. In fondo, la piu’ grande scuola che ho avuto e’ stata quella dell’imitazione. Ho iniziato, per esempio, con uno studio sulle voci galvaniche. MA credo che questa spinta  queste sete di cercare cose nuove e di farle proprie sia indispensabile per ogni artista.

 

- Nel suo repertorio e nel suo modo di essere si avverte sempre una tensione: un’eleganza sommessa che sembra celare per il magma di un vulcano…

In effetti, dentro di me esplode costantemente qualcosa , un certo furore creativo che cerco poi di razionalizzare.

 

- Nonostante il suo cursus Honorum di tutto rispetto , dal “festival di Sanremo “ al “Premio Tenco, si ha quasi la sensazione che lei non abbia voglia di diventare famosa quanto meriterebbe

La carriera e’ anche una questione di fortuna , dopotutto. Io sono sempre stata convinta che la mia strada sia fatta di piccoli passi. A dire la verita’ , nonostante il mio egocentrismo d’artista , c’e’ una costante vena di fuga , di nascondimento , di mimetizzazione cui indulgo. Questo e’ vero.

 

- La maggior soddisfazione della sua carriera?

Non parlerei di premi o di riconoscimenti. Direi piuttosto che una grande emozione l’ho proata quest’anno , in Brasile, quando nel corso di una tournee’ ho cantato per gli immigrati italiani. Ho intonato le classiche canzoni del repertorio che scandisce l’epopea dei migranti. Quando ho cantato “Merica Merica” , ho sentito fortissima quella sensazione di cui prima parlavo ossia quella della mia voce che esprimeva cose prima sconosciute anche a me stessa. Nel buio della sala ho sentito persone piangere. E’ stato un momento di intensita’ assoluta.

 

- E’ stato forse un incontro di anime perche’ tra cantanti ed emigrati ci si intende. Il cantante non e’ forse anch’egli un perenne emigrant?

Direi di si. Un cantante deve essere sempre pronto a migrare su altri orizzonti , a esplorare terre nuove con la sua voce. Puo’ essere questo il segreto di certi incontri d’anime. Un incontro di anime che spero di ripetere anche a Sordevolo, sabato sera.

 

(da ECO DI BIELLA)



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